Ingannati dall’architetto o dal buonsenso comune? Che grosso errore nella progettazione della cucina!

“Sto ristrutturando casa e mi serve qualcuno che prenda in mano la situazione, diriga gli operai in cantiere, l’impresa di costruzioni, gli impiantisti e gestisca tutte le piccole cose che non riesco a seguire. Devo necessariamente chiamare un architetto e visto che è retribuito gli faccio studiare anche una soluzione per gli interni…”.

È quello che pensiamo tutti quando approcciamo una ristrutturazione. Ed è una riflessione apparentemente logica, rassicurante, che ad oggi quasi nessuno mette in discussione.

Perché sembra così naturale seguire questo iter? Ecco il ragionamento che si innesca:

Devo ristrutturare/costruire casa e voglio creare la mia residenza ideale à L’architetto è la figura professionale che si occupa delle ristrutturazioni à mi serve necessariamente anche per la burocrazia della ristrutturazione à Tutti si fanno fare anche il progetto d’interni dall’architetto à Allora prendo l’architetto e gli delego tutto questo lavoraccio. Dall’inizio alla fine. Lui sicuramente mi saprà dare una mano.

Fino a quando sopraggiunge l’amara verità. Quando arriva il momento di scegliere la cucina, ecco che inizia una serie di problematiche inaspettate, che non ti permettono più di avere la casa che desideravi.

Infatti, nelle ultime tre settimane ho dovuto trovare delle soluzioni per una cucina ed un’area living da inserire in due strutture già in fase avanzata di ristrutturazione e che hanno costretto i nostri clienti a dei compromessi inaspettati. Proprio per evitare che continuino ad accadere questi tristi imprevisti, mi sono riservato del tempo per scrivere sull’argomento.

Andiamo dritti al punto e analizziamo uno dei due progetti.

Analisi planimetria e richieste del cliente

arredare casa

arredare casa

La nostra cliente vorrebbe avere uno spazio riservato in cucina, dove poter preparare e cucinare i suoi piatti senza essere al centro dell’attenzione e senza essere disturbata.

Allo stesso tempo, la cucina affaccia su una sala da pranzo molto ampia, divisa dalla stessa con una vetrata. In questo modo, quando ci sono ospiti la vetrata viene chiusa, ma quando in casa si è solo in due si preferisce avere due ambienti comunicanti e non isolati.

Soprattutto con il trend del lavoro degli ultimi anni, per cui il lavoro femminile è aumentato e gli orari sono diventati sempre meno fissi, il tempo che si spende insieme in casa si è ulteriormente ridotto e avere due ambienti completamente separati, senza neanche un contatto visivo, diventa isolante, triste e scomodo.

Date queste esigenze, la soluzione ideale sarebbe quella di una penisola arretrata, per dare ampio spazio al piano di lavoro, creare una barriera fisica allo spazio della cucina e disporre di tutto il contenimento necessario per un’area di preparazione comoda.

Ma come inserirla in questo contesto?

ADDIO PENISOLA

Già dando uno sguardo alla pianta, all’occhio esperto risulta evidente che una penisola, in uno spazio così progettato, è altamente sconsigliata.

Questo spazio è un enorme vincolo alla progettazione. Se potevano esserci una decina di alternative possibili, purtroppo con la realizzazione del progetto le alternative si sono ridotte a 2 ed entrambe non ottimizzano i metri quadri disponibili.

Proviamo comunque a fare un tentativo disegnandola su pianta:

arredare casa

arredare casa

Purtroppo la sensazione iniziale è confermata.

Non c’è abbastanza spazio né per avere una profondità tale da garantire la comodità del piano di lavoro, né per farle avere un buon impatto estetico.

Più in generale si può dire che, anche se i metri quadri della stanza da dedicare alla cucina potrebbero essere sufficienti, il modo in cui è stata organizzata in realtà riduce almeno del 25% la metratura disponibile per le aree funzionali.

E questo riusciamo a vederlo anche graficamente con una rappresentazione degli spazi dei passaggi.

arredare casa

arredare casa

PERCHÉ ACCADE – NON È COLPA DELL’ARCHITETTO

Vedendo questo progetto, a primo impatto verrebbe da dire che è tutta responsabilità dell’architetto.

In realtà non è proprio così, perché l’architetto che ha seguito il progetto è una figura specializzata nelle pratiche burocratiche, nella progettazione tecnica dello spazio e nella direzione dei lavori sul cantiere.

Anche se la specializzazione dell’architetto tradizionale è diversa, comunque si cerca di soddisfare al meglio le richieste dei clienti. Fatte le dovute eccezioni per quei pochi che si concentrano sulla progettazione di interni, tutti gli altri seguono questa procedura:

  1. Reperiscono le informazioni sullo stato attuale del cantiere/terreno/appartamento
  2. Si fanno spiegare dal cliente come vorrebbero la residenza (anche se il processo dovrebbe essere invertito)
  3. Mettono su pianta la distribuzione degli spazi che per loro è corretta dal punto di vista progettuale

La procedura elencata, presa così com’è, non è sbagliata.

Il problema è che per avere una progettazione degli spazi ottimale, bisogna già sapere che tipologia di arredo, in questo caso di cucina, è stato progettato all’interno della residenza. Bisogna sapere che tipo di immagine si vuole ottenere.

Solo dopo si può prevedere uno spazio adeguato e disegnato proprio per accogliere la soluzione desiderata. Non prima.

Se diamo per scontato che l’architetto il suo lavoro tecnico lo sappia fare, manca proprio tutta la parte iniziale.

QUINDI DIPENDE TUTTO DAL COMMITTENTE?

Neanche.

Non si può neanche dire che la responsabilità di questo errore progettuale sia del cliente che ha commissionato il lavoro.

Il cliente che doveva progettare casa ha seguito esattamente l’iter che seguono tutti, quello che è ritenuto corretto nel fare comune, il “si fa così”.

Fammi spezzare una lancia a favore delle abitudini attuali:

Questa procedura funzionava molto bene fino a qualche decina di anni fa, quando gli arredi, dunque anche le cucine, erano dei modelli standard. In quel contesto anche l’architetto con diversa specializzazione poteva conoscerne, a grandi linee, le varie configurazioni e declinazioni.

Oggi però ogni progetto è diverso dall’altro, ogni azienda di arredo si focalizza su un particolare stile con specifiche soluzioni tecniche, che danno poi il risultato finale sia in termini funzionali si in termini di immagine.

Dall’altra parte, chi deve arredare casa è esposto a molte più fonti di ispirazione e quindi non si accontenta di composizioni standard.

In questo contesto quella competenza di base sugli interni non basta più.

Ma l’architetto non specializzato è difficile che si tiri indietro e che ti suggerisca di rivolgerti ad uno specialista, non per disonestà ma perché comunque nei suoi studi universitari ha fatto qualche progetto residenziale di interni, per lo più focalizzato sulla divisione degli spazi.

Ma essere uno specialista di interni oggi è completamente diverso, vuol dire essere aggiornati su tutte le novità del settore, conoscere le modularità dei prodotti, essere alleati a vedere le diverse possibilità progettuali prima ancora di mettere penna su foglio.

Ci sono degli architetti che si sono specializzati con gli anni in questo ambito, ma sono pochi e riconosciuti per queste capacità.

Se il tuo architetto rientra tra questi, allora il problema è difficile che si presenti.

In caso contrario il suggerimento è di far lavorare assieme lo specialista che ti supporterà nell’arredamento della casa e il professionista che seguirà la parte architettonica.

Solo in questo modo avrai la garanzia di non dover fare scelte di compromesso per la tua casa.

Ti rendi subito conto con il tipo di professionista con cui ti stai relazionando a seconda di quante decisioni devi prendere in autonomia e di quanto sei d’accordo con quelle prese dal professionista.

Quando si lavora con un generalista e il processo di progettazione e realizzazione della residenza diventa frustrante, chi ha commissionato il progetto intuisce che la qualità del lavoro finale, a questo punto, dipende esclusivamente dalle proprie decisioni.

E non da quelle dei propri consulenti.

Quindi sceglie di limitare il lavoro di consulenza architettonica alla realizzazione dello spazio, per poi fare da se per la scelta degli interni.

Così parte l’iter di ricerca online e negli showroom di arredamento, con tutte le sue difficoltà che ho precedentemente descritto nel capitolo “Arredare casa: visita ordinaria ad un negozio di arredamenti tradizionale”.

COME SI DOVREBBE PROCEDERE DUNQUE?

Il lavoro di progettazione degli interni dovrebbe partire dal momento in cui si definisce lo scheletro della residenza.

Dopodiché è necessario un lavoro a quattro mani: da una parte la progettazione degli interni, quindi di come sarà realizzata ogni singola stanza, dall’altra la progettazione tecnica, per verificare che tutte le operazioni si possano effettuare.

È il modo in cui lavoriamo con la maggior parte degli architetti ed è l’iter che si segue nei progetti di maggior successo.

Puoi trovare in maniera dettagliata il procedimento che suggeriamo nel capitolo “I 6 errori comuni quando si deve ristrutturare e arredare casa per la prima volta – e come evitarli

E mi raccomando, ora che lo sai non commettere gli stessi errori!

Alessandro Piccolo

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